Per motivi di spazio, la riflessione per la IV domenica d’Avvento non è stata pubblicata sul notiziario. La pubblichiamo qui:
La prima Lettura di questa ultima domenica di Avvento ed il Vangelo della Notte di Natale sono legati da una parola: “segno”. Il profeta Isaia annuncia un segno per il re Acaz, come per dimostrargli la necessità di fidarsi ed affidarsi al Signore. Gli angeli annunciano ai pastori di Betlemme un segno che dimostrerà loro la venuta del Salvatore. In entrambi i casi il segno è un bambino. Il vero segno della venuta di Dio tra noi per salvarci è la cosa più semplice e naturale del mondo: un bambino appena nato. Questo è ciò che celebriamo nel Natale: non un Dio che si manifesta con miracoli portentosi o con eventi straordinari, ma un Dio che si fa piccolo ed umile.
Il Cristo, vero Dio fattosi carne, decide di entrare nel mondo non come un eroe né come un imperatore potente, ma nella maniera più “normale”. Anzi, sceglie di allontanarsi dai centri del potere (sia politico che religioso) per andare nella periferia dell’umanità. Così come il profeta Samuele aveva dovuto andare nel paese di Betlemme per comprendere che il Signore aveva scelto l’ultimo e più insignificante dei figli di Iesse per diventare il grande re Davide, alla stessa maniera noi oggi siamo chiamati ad andare nei campi di quello stesso paese, per trovare il Figlio di Davide. Solo uscendo dalla nostra logica umana, solo facendoci piccoli, possiamo comprendere la logica d’amore del Padre. Il Dio che si fa uomo spogliandosi di tutto è una chiamata a farci come Lui, umili, piccoli, poveri.
Questo è il segno per noi: “un bambino avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia”!
Buon Natale!
