Lettera pastorale per la Quaresima 2021

Cercare e trovare Dio in un mondo vulnerabile

Care sorelle, cari fratelli nella nostra Diocesi di Bolzano-Bressanone!

Nella Quaresima 2020, un anno fa, il coronavirus si è manifestato nella nostra realtà. Dapprima l’abbiamo tutti sottovalutato. Posso ancora sentire le tante voci: non sarà così grave, è solo un’influenza, non ci colpirà così tanto, non certo da noi!

Uno sguardo pensieroso al passato…

Molto rapidamente ci siamo resi conto che eravamo tutti sulla stessa barca. Questo virus ci ha costretto a un’esperienza che nessuno di noi aveva mai fatto prima. Ci è stato detto di rimanere in casa e di spostarci dal territorio del proprio Comune solo per un motivo necessario e giustificato; una società di consumo molto liquida, che in molti settori punta costantemente a una crescita ancora maggiore, si è quasi fermata, è entrata in crisi, per non dire che stava andando in pezzi. Molte delle immagini che abbiamo visto riportate dai media sembravano da fine dei tempi: centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, bare accatastate, sistemi sanitari completamente al collasso. Niente lezioni frontali nelle scuole, alberghi e ristoranti chiusi, cantieri fermi, pochi negozi, niente concerti… Un tempo con tanti “chiuso”, “annullato”, “non avrà luogo”. Un tempo imposto, fatto di “senza”. Per la prima volta nella storia della Chiesa, in numerosi Paesi non si sono svolte celebrazioni con i fedeli. Non era mai successo prima. Per molti è stato particolarmente doloroso non poter prendere commiato dai defunti nel modo abituale.

Mantenere la distanza e tuttavia vivere la vicinanza

La crisi da Covid continua a tenerci nella sua morsa e incide duramente sulla nostra vita quotidiana: dobbiamo rinunciare a cose che abbiamo imparato ad amare, dobbiamo cambiare la nostra routine quotidiana, vediamo compromessa la libertà di vivere la nostra vita, la nostra libertà di muoversi e viaggiare è limitata, la situazione lavorativa è insicura, ci sono conseguenze finanziarie, e ci sono chiare restrizioni anche nella nostra vita ecclesiale.

La pandemia e le sue conseguenze ci mostrano quanto sia importante lo stare assieme con rispetto e solidarietà. Per ragioni igieniche, è necessario osservare le regole e mantenere il distanziamento: in molti però hanno scoperto che questo dovere non deve portare ad allontanarci gli uni dagli altri, hanno nuovamente percepito che l’attenzione alle situazioni e ai bisogni degli esseri umani, la partecipazione al destino della persona e l’aiuto reciproco devono ora addirittura aumentare. La distanza di protezione non di rado ha portato a una maggiore vicinanza al prossimo e a una reciproca empatia. Le dolorose esperienze di isolamento dei malati gravi e dei moribondi hanno rattristato e colpito molti di noi. Nonostante tutto e attraverso tutto, molte persone hanno cercato la vicinanza: parenti, infermieri, assistenti, medici, ma anche sacerdoti, diaconi, religiosi, operatori pastorali negli ospedali e nelle case di riposo. E ancora tutti gli uomini e le donne che fanno volontariato nelle nostre parrocchie. Le tante cose buone che abbiamo sperimentato in un tempo incerto, difficile e doloroso – spesso in silenzio – sono un motivo di gratitudine e di speranza.

Dov’è Dio?

In questi mesi di coronavirus spesso mi è stato chiesto in lettere, mail, telefonate e conversazioni personali: perché è successo tutto questo? È forse una punizione di Dio? Dio ha dimenticato il suo creato e noi umani? Sa almeno come stiamo? Cosa ha a che fare tutto questo con Dio?

Non è facile rispondere a queste domande pressanti. Le risposte rapide e sbrigative non sono sempre le migliori. Ma è utile prendere in mano le Sacre scritture: quasi ovunque nella Bibbia si raccontano le esperienze di persone con il loro Dio. In queste storie di vita non solo la felicità e la salvezza, ma anche la disgrazia e la sventura sono onnipresenti: la guerra e la lotta, la disperazione e l’impotenza, l’ingiustizia, la violenza e la morte. Dunque lo sperimentare con dolore la lontananza di Dio non viene sbiadito o tralasciato, bensì espresso e narrato. E molti racconti biblici lo testimoniano: in tutto questo, le persone hanno trovato la loro relazione con Dio.

Non da ultimo, le esperienze di Gesù di vicinanza e lontananza da Dio sono così importanti per noi. Nella sua passione e sulla croce Gesù sperimenta tutta la forza dei momenti di eclissi della luce di Dio. Una citazione biblica mi colpisce ogni volta: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì “ (Ebr 5,8).

Anche nell’angoscia più profonda, nella notte tra il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, Gesù non rinuncia alla sua relazione con Dio. “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu “ (Mc 14,36). Persino il suo grido prima della morte in croce, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?“ (Mc 15,34) è una preghiera di fiducia in Dio in quello stato di estrema solitudine (salmo 22).

Le persone di fede sanno cosa ne è scaturito: superamento della morte, resurrezione, vita nuova. La croce è l’inizio del mattino di Pasqua. Con essa anche tutta la fede cristiana sta in piedi e cade: il Risorto è il Crocifisso! Il teologo e metropolita greco-ortodosso Giovanni Zizioulas riassume così questo centro del credo cristiano: “Il Venerdì Santo senza la Pasqua è un inferno. La Pasqua senza il Venerdì Santo è una bestemmia. E può essere poco cristiano cantare l’Alleluja troppo presto”.

Tutto questo non ci dà una spiegazione agevole del perché accade ciò che stiamo vivendo. Anche per i cristiani il male nel mondo rimane un mistero doloroso. Il non capire accompagnerà sempre il nostro percorso verso la comprensione: tutte le risposte scatenano nuove domande. Ma nella resurrezione di Gesù ci viene donata una speranza: c’è un Dio che ci salva e nel quale siamo al sicuro nonostante tutto – non passando oltre la croce, ma attraverso la croce! Penso spesso a una donna semplice, confinata a letto da anni, che a me giovane prete disse: “Gesù non ha spiegato la croce, l’ha portata. Poiché egli porta le ferite sul suo corpo, io posso aggrapparmi a lui con le mie ferite”.

Dove troviamo Dio?

Guardiamo a Gesù di Nazareth, il Cristo che si è fatto uomo, crocifisso e risorto! Guardiamo alle molte persone nella Bibbia e nella nostra lunga storia di fede, che non pèrdono Dio nelle avversità. Ricordiamo le persone che noi stessi abbiamo conosciuto o conosciamo, per le quali la fede in Dio ha dato e dà sostegno, orientamento e speranza. Cerchiamo una relazione viva e onesta con Dio, rivolgiamoci a Lui anche con le nostre esperienze dolorose, non importa se con tono di rimprovero.

Soprattutto i Salmi, i 150 canti di preghiera dell’Antico Testamento, ci fanno sperimentare come il popolo dei credenti ringrazi e lodi Dio, canti e suoni davanti a Lui. Lo invoca e allo stesso tempo lo accusa del suo apparente silenzio, della sua lontananza, del suo essere radicalmente Altro.  Molti salmi sono una scuola di preghiera nell’angoscia esteriore e intima. In questo modo anche noi possiamo crescere in una relazione viva con Dio: quando ci ricordiamo di Lui, quando parliamo di Lui, quando contiamo sul suo aiuto, quando colleghiamo a Lui le nostre esperienze, quando lo cerchiamo e chiamiamo – in altre parole, quando preghiamo. Coltiviamo la relazione con Dio nella preghiera personale, domestica, familiare. Cerchiamo la relazione con Lui attraverso la Parola di Dio e attraverso la celebrazione comunitaria dell’Eucarestia. Riunirsi per l’Eucarestia è stato un segno essenziale dell’identità cristiana fin dai tempi degli apostoli. “Chiesa” significa comunità chiamata assieme e riunita attorno al suo Signore.

C’è un altro modo, ed è essenziale, per rimanere connessi a Dio. Cresciamo in una relazione viva con Dio quando facciamo sentire agli altri che siamo vicini a loro, così che sperimentino di non essere lasciati soli. Quando altre persone vivono la vicinanza salvifica di Dio attraverso noi e le nostre cure amorevoli, allora Dio diventa presente anche per noi. In questo modo diventiamo testimoni di Dio nelle nostre azioni, nel nostro amore concreto e vissuto per il prossimo, e noi stessi avremo il dono della sua presenza.

“La nostra cittadinanza è nei cieli“ (Fil 3,20)

La pandemia ha mostrato chiaramente la nostra vulnerabilità, debolezza e mortalità e ha messo in discussione molte delle certezze su cui abbiamo costruito la nostra vita quotidiana, i nostri piani e progetti, nell’economia e in molti altri settori. Questa pandemia può anche essere un campanello d’allarme in un tempo che è fortemente influenzato dalle idee di questo mondo terreno. Pensiamo a vari paradisi sulla terra, come i paradisi delle vacanze, i paradisi dello shopping, i paradisi fiscali, i paradisi del piacere, in cui le persone cercano la realizzazione dei loro desideri. La gente spesso vive e lavora duramente, senza sosta e instancabilmente per arrivare in questi paradisi terrestri. A tale proposito la raccomandazione dell’apostolo Paolo è chiara: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio “ (Rom 12,2).

Questo “rinnovamento del pensiero” è possibile solo se allarghiamo il nostro orizzonte e guardiamo oltre la nostra vita in questo mondo comprendendo la prospettiva nell’altro mondo, nel cielo, in modo che la vita si realizzi nella sua interezza.

Il paradiso non può essere costruito, appartiene a Dio! In molte parabole Gesù ha chiarito che il regno di Dio è un dono. È il regno dell’amore, che non possiamo fare o produrre, perché l’amore esiste solo come dono. Vedere il nostro mondo dalla prospettiva del cielo è rendersi conto che tutto ciò che è di questo mondo è sempre imperfetto e perisce, mentre l’amore rimane.

“Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!“ (1 Cor 13,13). Rivolgiamoci alla persona, ascoltiamo il grido del creato sofferente. Modelliamo le nostre relazioni dal cielo, dall’amore di Dio!

Dio: il bene più grande, anche nella pandemia

La tutela della salute fisica è necessaria, buona e importante. Il rispetto delle regole in vigore è un segno di maturità, responsabilità, rispetto e amore concreto per il prossimo. Negare e minimizzare i pericoli del Covid è un oltraggio a tutti i malati e a coloro che li aiutano e li assistono; è un oltraggio a quanti sono morti e a quanti li piangono. Vaccinarsi contro il virus è un atto di solidarietà per proteggere la propria salute e quella del prossimo: Papa Francesco e il suo predecessore emerito, Papa Benedetto XVI, hanno consapevolmente compiuto questo atto di solidarietà.

Allo stesso tempo, però, resta il fatto che il Covid ci mette di fronte a una verità che la nostra società trova particolarmente difficile da accettare. La vita umana è e rimane vulnerabile, a rischio, suscettibile e mortale.

Per quanto sia importante, la salute non è il bene supremo della nostra vita. Il bene supremo per noi è il Dio di Gesù Cristo! Davanti a lui anche la morte ha solo la penultima parola. Come esseri mortali, vulnerabili e fragili possiamo imparare nella fede ad accettare i nostri limiti e affidare la nostra impotenza al Dio della vita e dell’amore.

Vale la pena di prendersi tempo – personalmente ma anche come comunità ecclesiale – per approfondire la questione: dove ci tocca il cielo, non come metafora, ma come quella realtà che è Dio stesso? Raccontiamoci l’un l’altro dove il cielo ci ha toccato, non il paradiso sulla terra ma “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano.“ (1 Cor 2,9)

In questo modo, a partire dal nostro atteggiamento verso la vita e dal nostro modo di vivere, il messaggio incoraggiante della risurrezione può raggiungere anche altri: ci dice che dopo il Venerdì Santo viene la Pasqua, ma anche che non c’è Pasqua senza il Venerdì Santo. La forza vitale di Dio vuole agire in noi, proprio dove la debolezza e la malattia, la sofferenza e il dubbio ci affliggono. Mistero della fede: nella morte c’è la vita.

In questa Quaresima 2021 – la seconda sotto il segno della pandemia – incoraggio a ispirare ancor di più il nostro impegno personale ed ecclesiale alla testimonianza del cielo, perché proprio questa prospettiva alleggerisce il nostro modo di essere e di agire e ci rende più liberi, più sciolti, più a nostro agio e più pasquali. Non possiamo e non dobbiamo redimere il nostro mondo! La salvezza viene da Dio, non da noi. Ogni brama di paradiso terrestre si infrangerà al più tardi sulle nostre tombe. La fede nel cielo ci fa fermare e tirare un sospiro di sollievo. Questa fede ci rafforza per testimoniare la vita in un mondo mortale, vulnerabile, incompiuto, in mezzo a una creazione che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi.” (Rom 8,22)

Quaresima, la quarantena spirituale

Questa pandemia presenta una certa analogia con il tempo quaresimale. Il termine “quarantena” deriva da quaranta giorni. Anche la quaresima è un periodo di quaranta giorni, una sorta di “quarantena spirituale” dalla forte valenza simbolica, un tempo propizio per guarire da tante cose superflue, per rivedere il proprio stile di vita, per ricercare ciò che conta, cioè i valori essenziali che danno il senso vero della vita e che la fanno crescere.

Come il coronavirus richiede un periodo di cure per riacquistare la salute fisica, così la quaresima è una quarantena favorevole per attivare degli anticorpi speciali: quelli necessari a far risplendere la bellezza della vita umana e cristiana attraverso atteggiamenti di sincerità, apertura, gratuità. Nell’epoca del Covid, rinnoviamo quindi la nostra volontà per una quaresima vissuta bene, da soli e con gli altri, nel digiuno dell’egoismo e dell’indifferenza. Così potrà diventare davvero un esodo pasquale dalla sfiducia alla speranza.  

Sempre verso la Pasqua

Molti incontri, lettere, messaggi e conversazioni mi hanno toccato negli ultimi dodici mesi dallo scoppio della pandemia. Sono stato particolarmente colpito da un bambino che ha perso il suo amato nonno a causa del coronavirus. Pietro, nove anni, mi ha detto al telefono con una voce rotta dal pianto: “Perché viviamo, se poi dobbiamo morire?“ Ho parlato con lui a lungo.

Trovo una risposta alla sua domanda solo dalla Pasqua: viviamo per vivere eternamente con Dio. Siamo nati per essere con Lui una volta per sempre: “Caro Pietro, tuo nonno non è semplicemente morto. Poiché Gesù è morto e risorto, tuo nonno vive dall’altra parte della vita; da lì ti accompagna e lì ti aspetta. Anche se nella nostra vita alcune cose possono non riuscire e andare male, anche se una vita in questo mondo finisce a causa di un virus perfido, non esiste un fallimento finale”.

Auguro a tutti noi un cammino fiducioso e deciso verso il centro e il culmine dell’anno liturgico: la celebrazione dei giorni pasquali della sofferenza, morte, sepoltura e risurrezione del Signore.

Tutta la nostra vita ha una sola direzione: attraverso la croce fino alla risurrezione.

Il vostro vescovo
+ Ivo Muser

Mercoledì delle Ceneri, 17 febbraio 2021

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